Nel Fedro, Platone descrive la follia amorosa come un’esperienza che coinvolge profondamente l’anima. La bellezza è la forma ideale più luminosa e amabile, percepibile dai sensi soprattutto con la vista, e riflette la perfezione che l’anima ha contemplato prima di incarnarsi nel corpo. Chi riesce a riconoscerla sulla terra, cioè chi ha un’anima purificata o “iniziata”, prova stupore e rispetto: l’amato diventa simbolo della Bellezza divina, capace di risvegliare e nutrire le “ali” dell’anima, cioè la sua capacità di elevarsi verso il mondo delle Idee.
Chi invece è ignorante o corrotto non comprende questo valore spirituale e si limita a soddisfare i piaceri corporei, senza timore o vergogna, simile a una bestia. L’amore vero provoca nell’anima sensazioni forti e contrastanti: gioia e desiderio quando l’amato è presente, sofferenza e smarrimento quando è assente. Platone paragona il tormento dell’anima al dolore dei bambini quando spuntano i denti: le ali crescono lentamente e l’anima soffre fino a poter volare di nuovo.
In questo stato di passione, l’anima dimentica tutto il resto: famiglia, amici, ricchezze e convenzioni sociali, concentrandosi completamente sull’oggetto del suo amore. Ma questa follia amorosa non è solo turbamento: se guidata correttamente, diventa un mezzo per avvicinarsi alla Bellezza ideale e al Bene, facendo dell’amore un’esperienza spirituale capace di elevare l’anima oltre il mondo sensibile.
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